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ARTIDORO BERTI: l’uomo che inventò la Pistoia – Abetone…..e non solo!

Bologna-PianoroConobbi Artidoro Berti quando avevo 16 anni.
Frequentavo a quell’epoca il primo anno di ragioneria all’Istituto Tecnico Commerciale “Filippo Pacini” di Pistoia ed avevo assaporato la gioia della mia prima vittoria in una gara di atletica leggera: una corsa campestre “interna”, selezione per la formazione della squadra d’istituto che avrebbe difeso i colori giallo-verdi del “Pacini” al campionato provinciale.
Abituato ai successi collettivi delle squadre di basket nelle quali avevo militato (Libertas e Permaflex Pistoia), la soddisfazione per l’affermazione individuale era stata tale da farmi appassionare subito a questa nuova disciplina.
Mi guardai allora intorno alla ricerca di una società sportiva che potesse tesserarmi e quindi permettermi di confermare le mie qualità di podista e valutare quali potessero essere in futuro le mie possibilità in questo nuovo ambito sportivo.
Nonostante vivessi a Pistoia dall’età di tre anni e conoscessi molto bene l’ambiente sportivo cittadino, ebbi conferma, con mio disappunto, che non esisteva in città una società di atletica.
Non poteva essere altrimenti dal momento che il capoluogo della nostra provincia, non era mai stato capace di dotarsi di una pista di atletica, primo passo per invogliare e sollecitare iniziative associative atte a consentire la pratica di uno sport che, a parte le discipline podistiche e di marcia praticabili anche su strada, non poteva svilupparsi in un sito diverso.
Qualcuno però mi disse che il custode della palestra di “Monteoliveto”, impianto annesso allo stadio omonimo dove giocava la squadra di calcio della U.S. Pistoiese, aveva ricavato, realizzandole con le sue mani e con i pochi attrezzi a disposizione, tre strisce in terra battuta – pretenziosamente chiamate corsie – che correvano lungo il fronte della tribuna del settore “popolari” dello stadio e che permettevano ai cirenei pistoiesi dell’atletica di esercitarsi in partenze dalle buchette e in brevi allunghi entro le strisce segnate da calce bianca.
Anche intorno al terreno di gioco il suddetto custode era riuscito a ricavare una specie di sentiero sul quale non cresceva erba dal momento che veniva percorso, più volte al giorno, proprio da lui stesso che era un atleta praticante, tesserato per una società della provincia di Firenze (Atletica Sestese).
Mipresentai allora alla palestra di Monteoliveto e incontrai questo custode, dipendente comunale, che accudiva alle attrezzature ginniche della palestra adibita ad uso scolastico, nella quale insegnava anche il “maestro” Quintilio Mazzoncini, allievo del celeberrimo prof. Manlio Pastorini della società Francesco Ferrucci di Pistoia, il ginnasta che con la predetta storica società aveva conquistato la medaglia di bronzo a squadra ai Giochi Intermedi di Atene del 1906, le olimpiadi – quarte in ordine cronologico dell’Era Moderna – ma non riconosciute ufficialmente nella numerazione tradizionale.
Non mi fu difficile trovare Artidoro perché il custode abitava in un paio di locali annessi alla palestra e adattati alle necessità della sua famiglia composta, oltre che dalla moglie Caterina, dai figli Mauro e Germano e dalla piccolissima Mara, nata il 17 febbraio del 1952, registrata all’anagrafe del Comune di Pistoia con il nome di Maratona.
Fu da quel momento che cominciò la mia amicizia con Artidoro Berti.
Di lui e delle sue imprese sportive avevo naturalmente sentito parlare. Tuttavia la superficialità dei miei 16 anni, il fatto che Artidoro gareggiasse per l’Atletica Sestese, società fuori provincia e quindi le sue imprese trascurate dalla cronaca locale de “La Nazione” e i miei interessi sportivi all’epoca fossero completamente assorbiti dal basket e dal calcio, mi avevano fatto trascurare, o quantomeno a non collocare nella giusta luce, la sua attività di podista.
Fortunatamente per me, conobbi Artidoro proprio nell’anno (1952) in cui si sarebbe consacrata la sua carriera di atleta con la partecipazione ai Giochi Olimpici di Helsinki, i quindicesimi dalla serie iniziata nel 1896.
Artidoro Berti era nato a Pistoia il 29 luglio del 1920, nella contrada di Porta Carratica, figlio di carbonai che si spostavano periodicamente nel grossetano per la loro attività.
Fu proprio in terra di Maremma che Artidoro cominciò a correre in bicicletta e a piedi, preferendo però le due ruote e le ciclocampestri di allora, oggi chiamate ciclocross. Prima della guerra era tesserato per società del senese e del grossetano perché viveva ancora con i genitori in Maremma che lui aiutava nella loro attività di carbonai. Poi il sabato e la domenica correva.
Nel 1939 fu arruolato nel 9° battaglione alpini come marconista e l’anno seguente partì per il fronte: prima in Albania e Grecia e poi in Russia. Quando la campagna di Russia si fermò sulle rive del Don e cominciò la terribile ritirata Berti fu uno dei pochi (160 su 900 raccontava lui), che dopo una marcia di mille chilometri riuscirono a tornare in patria.
Nel 1944 durante un periodo di congedo sposò Caterina, giusto in tempo prima di partire nuovamente per la Slovenia, dove lo trovò l’8 settembre e la fine della guerra (1945).
Artidoro ricordava spesso il calvario del suo rientro in patria attribuendo la circostanza alla fortuna ma anche ad un santino, che conservava gelosamente, del santuario mariano di Udine.
Nel 1945 Artidoro si trasferì anagraficamente a Pistoia da Roccastrada, tesserandosi per la società Libertas Pistoia Francesco Ferrucci, società di ginnastica che lo accolse ben volentieri.
Dopo la guerra Artidoro cominciò a fare il muratore per mantenere la famiglia; a Caterina infatti si erano aggiunti due figli: Mauro (1944) e Germano (1946).
Contemporaneamente ricominciò anche a correre, privilegiando ancora le ciclocampestri, ma non disdegnando di correre anche a piedi nelle numerose corse paesane organizzate nel pistoiese e in Toscana.
Nel 1948 partecipò anche alla classica 100 km Monza-Milano indossando la maglia del Circolo “Il Canarino” di Pistoia. Nel 1949 durante una ciclocampestre un dirigente dell’Atletica Sestese lo vide correre a piedi con la bicicletta in spalla e lo convinse ad abbandonare la bici per dedicarsi solo alla corsa a piedi, attività che intraprese con entusiasmo nonostante i gravosi impegni familiari e la non certo riposante attività di muratore e di stradino. Berti passò così dalla U.S. Pistoiese all’Atletica Sestese.
Si orientò quasi subito, viste le sue caratteristiche fisiche, alle lunghe distanze su strada, su pista, sui prati, in montagna e in tutte quelle competizioni che gli consentivano di raggranellare premi che potevano contribuire al bilancio familiare.
Nel 1951 il suo nome cominciò ad acquisire fama nazionale. In luglio a Pescara fu 11° nel Campionato Italiano di maratonina, nell’agosto giunse 4° a Sesto Fiorentino in una prova del campionato italiano su strada per società, in settembre a Roma sfiorò la vittoria nel classico Giro di Roma e a novembre fu pure 2° a Palermo nel campionato italiano di maratona dietro al toscano dell’Assi Giglio Rosso Asfò Bussotti.
Queste due affermazioni, unite alle altre vittorie conseguite nella stagione (fra queste: la Traversata Podistica di Bologna e il Giro Podistico Notturno di Verbania), gli valsero la designazione di “probabile olimpico” in vista dei Giochi di Helsinki del 1952.
Nel mese di febbraio di quel 1952 in casa Berti giunse il terzo figlio, una femmina questa volta dopo Mauro e Germano, alla quale venne imposto i significativo nome di Maratona, ben presto ricondotto familiarmente al più semplice Mara. La ragazza non seguì nel mondo dello sport le orme paterne, ne tanto meno quelle dei fratelli che si cimentarono con il mezzofondo, ma divenne negli anni della adolescenza una abile schermitrice.
Purtroppo in primavera, due mesi dopo la nascita di Maratona, fu colpito da una brutta bronchite, le cui cure lo indebolirono molto e gli impedì di allenarsi convenientemente.
La federazione lo portò ugualmente a Helsinki dove trovò un clima freddo ed umido che non lo aiutarono cerco a ritrovare la migliore condizione. Terminò al 53° posto, l’ultimo registrato dai giudici, in 2 ore 58’36 secondi, nella gara dominata dal ceco Emila Zatopek già trionfatore dei 5000 e 10000 metri olimpici. Tenne duro Artidorofino alla fine. Onorò così la sua olimpiade giungendo al traguardo nonostante le precarie condizioni di salute.
La delusione olimpica non frenò la carriera di Artidoro Berti che anzi da quella esperienza trasse nuova linfa. A fine stagione Artidoro si classificò al secondo posto nel campionato italiano di maratona dietro al romano Tartufi al termine di una gara che lo aveva visto grande protagonista.Nel 1953 lasciò l’Atletica Sestese di Vinicio Tarli per vestire i colori della Combattenti e Reduci di Pistoia, che gli assicurò il posto di custode della palestra di Monteoliveto, attigua allo omonimo stadio comunale.
Con la maglia della nuova società Berti (unico atleta al momento  tesserato per il sodalizio) colse un importante vittoria in settembre nella “classicissima” Bologna-Pianoro e ritorno di 32 km battendo l’astro nascente Rino Lavelli. Tempo di Berti: 1 ora 55’28”.
Artidoro ebbe la soddisfazione di indossare a 33 anni la sua prima maglia tricolore nella sua specialità preferita, proprio sulle strade di casa.
Il 18 luglio del 1954 con uno straordinario finale di gara, Berti vinse a Montecatini Terme il suo primo titolo italiano di maratona con il tempo di 2 ore 43’34”2/10 distanziando di 41 secondi Rino Lavelli, più giovane di otto anni di lui.
Artidoro bissò il successo tricolore l’anno successivo confermandosi campione italiano l’11 settembre a Napoli, davanti al giovanissimo pugliese Vito Di Terlizzi, limando ben dieci minuti al tempo ottenuto l’anno prima a Montecatini (2 ore 33’05”). Ricordava Artidoro che per quella gara ricevette dalla Fidal, quale rimborso spese, lire 6.240.
L’atleta era veramente infaticabile. Pensate che una settimana prima della conquista del secondo titolo italiano di maratona, Berti aveva vinto una gara nazionale di corsa libera in montagna a Vermiglio, località prossima a Ponte di Legno, passo del Tonale, di km 26 circa, nel tempo di 2 ore 19’03”2/5.
Fra i due successi Berti colse altre importanti vittorie, alternando la corsa su strada a quella in montagna, che gli valsero la partecipazione nell’ottobre del 1955 alla grande maratona di Atene disputatasi sul classico “storico” percorso.
Ottanta i concorrenti di tutte le nazionalità. Berti, infastidito nel finale di gara da crampi alle gambe e penalizzato dal gran freddo, conquistò un eccellente quinto posto (2 ore 45’41”), preceduto dal finlandese VeikkoKarvonen che stabilì il primato della gara (2 ore 27’30”), dagli egiziani Abdel Kerim e Alì Hamede dallo jugoslavo Scrinjar. Il re di Grecia, al pari dei suoi predecessori che erano stati appassionati organizzatori della prima edizione dei Giochi Olimpici nel 1896, si congratulò con il piccolo italiano per la coraggiosa prova offerta.
Poi Artidoro con altri atleti italiani fu ricevuto dal Papa in udienza speciale
Fu quello di Atene uno dei suoi ultimi appuntamenti internazionali.
La politica economica restrittiva che il CONI scelse per la partecipazione italiana ai Giochi di Melbourne nel 1956, impedì a Berti la sua seconda presenza olimpica.
Dopo di allora Berti continuò a correre ed a vincere in ogni tipo di manifestazione, strada e montagna, da solo o in staffetta (come non ricordare la partecipazione della Combattenti e Reduci di Pistoia alla “classica” staffetta Mairano a Genova insieme a Giancarlo e Roberto Pallicca, fratelli dello scrivente).
In carriera ha partecipato dieci volte alla classica “5 Mulini” giungendo sempre entro il settimo posto.

Il servizio militare, durante il quale gli allenamenti fatti da Artidoro da alpino conil futuro bersagliere, risultarono molto utili, mi portò per due anni lontano da Pistoia e quando vi feci ritorno mi accolse la bella notizia della realizzazione, ormai prossima, del Campo Scuola da parte del C.O.N.I. in località Casermette e la nomina di Artidoro Berti a custode del nuovo impianto.
La nascita di questo impianto, la venuta a Pistoia per motivi di lavoro di un pesciatino di nome Giampiero Mariani, con un passato di atleta di buona levatura e di appassionato dirigente, nonché la guida illuminata del Dott. Enzo Melani, un medico che vantava già esperienze con il Centro Sportivo Italiano, coagularono una serie di interessi e di aspettative per anni sopite e portarono alla nascita a Pistoia di una vera e propria società: l’Atletica Pistoia, che soppiantò immediatamente il Dopolavoro Combattenti e Reduci e la Dipendenti Comunali, due strutture create nel tempo per consentire l’attività agonistica di Artidoro Berti.
Divenuto custode del Campo Scuola CONI di PistoiaArtidoro curò quel luogo per lui “sacro” come un amorevole padre di famiglia, trasformando l’impianto in un vero giardino e favorendo così lo sviluppo di dell’Atletica Pistoia, una società che di lì a qualche anno avrebbe stupito il mondo dell’atletica italiana.


La pista in tennisolite da lui curata, divenne ben presto una delle più veloci della Toscana. Pensate che al giungere della brutta stagione Artidoro copriva con la terra rossa le strisce in plastica che delimitavano le corsie e le zone di partenza e di arrivo perché il gelo non le spezzasse!
Nonostante l’impegnativo compito di custode, tagliato ormai fuori dalle vittorie assolute per motivi anagrafici, continuò a correre coraggiosamente ed a vincere ancora numerosi premi di categoria e di società.
Alla fine degli anni sessanta, quando si cominciava a parlare di corse di gran fondo, Artidoro volle dimostrare che anche un “vecchietto” come lui poteva cimentarsi in queste imprese che avevano dell’incredibile.
Lo annunciò ad amici e a estimatori: andrò di corsa su fino all’Abetone! Artidoro era un tipo tosto, di poche parole e molti fatti. Così infatti il 20 ottobre del 1968, alla bella età di 48 anni,proprio il giorno che a Città del Messico si disputava la maratona dei XIX Giochi Olimpici, con passo rapido e ginocchia basse, si avventurò nella strada che da Capostrada si inerpica fino all’Abetone, passando per la massacrante salita delle Piastre (sempre evitata dai ciclisti), per San Marcello Pistoiese e i Casotti di Cutigliano.
Indossava una semplice tuta sportiva azzurrina e uno strano berrettino di lana a strisce. Al seguito due auto: una 1100 Fiat e una 500 che recavano ben in vista il cartello del Club Alpino Italiano e del CAI Montagna Pistoiese.
La sua fu una corsa solitaria ma trionfale. Lungo il tragitto c’erano molte persone, mostrando anche striscioni e cartelli di incitamento, ad attendere il passaggio del piccolo pistoiese che a denti stretti arrancava su per i tornanti con passo sgraziato ma sicuramente efficace. Nell’attraversamento di an Marcello Pistoiese, dopo la discesa dal Monte Oppio (821 m) un cartello invitava a “Incoraggiare e applaudire Artidoro Berti nella sua romantica avventura”.
Dopo San Marcello Pistoiese il berrettino di lana sparì come per incanto per riapparire poi nel tratto finale del percorso, quando Berti, salendo attraverso i boschi dell’Abetone, si concesse alcuni tratti a passo svelto,
più da bersagliere che da alpino, toccandosi la schiena che cominciava a dolergli.
Artidoro Berti coprì la distanza di circa 53 chilometri in poco più di 5 ore. In piazza delle Piramidi all’Abetone dove fece il suo ingresso trionfale a braccia levate e con il sorriso sulle labbra c’era ad attenderlo il grande Zeno Colò, la medaglia olimpica di discesa libera di Oslo 1952 ed il due volte campione mondiale (discesa libera e slalom gigante) di Aspen (Colorado) del 1950.
Zeno, stessa classe di Artidoro: 1920, accompagnò Artidoro fin sotto la grande piramide della piazza, e lì prima di posare per le foto di rito, il Falco di Oslo , appese al collo del coraggioso atleta pistoiese una medaglia a ricordo della sua impresa e rimase con lui a commentare l’impresa.
Quella impresa che otto anni dopo la Cooperativa Atletica “Silvano Fedi”, nata nel 1971 da una costola dell’Atletica Pistoia, trasformò in una gara vera, competitiva, destinata a diventare una classica del podismo di gran fondo.
Artidoro Berti ebbe così la soddisfazione di vedere tramutato in realtà il suo sogno, coronato anche dalla vittoria in quella prima edizione della corsa di un suo allievo: Roberto Lotti, un altro atleta cresciuto nell’Atletica Pistoia.

Dopo, con la pensione, si ritirò a Iano sulle colline pistoiesi, un piccolo agglomerato di case ai margini dei boschi, dove il 9 gennaio del 2005 si spense serenamente.
La sezione fiorentina dell’ANA, Associazione Nazionale Alpini, e il coro degli alpini “Su insieme”, ricordò Artidoro Berti (un Alpino con la A maiuscola, un uomo buono a cui tutti volevamo bene) ad un anno dalla sua scomparsa con una messa che si celebrò a Pistoia, nella chiesa di San Paolo, nel quartiere di Porta Carratica dove era nato Artidoro.
Il maestro Paolo Pacini, direttore del coro, presentò un programma che accompagnò la messa per tutta la sua durata. Dal “Coro dei Pellegrini” di Wagner, all’Alleluja all’Accogli i doni, all’offertorio, al “Santus” in gregoriano per poi solennizzare il momento della comunione con “Il Signore delle cime”, l’Ave Maria e la “Preghiera dell’Alpino”. Il tutto con le note in sottofondo di “Sul cappello….”.
Al termine della messa il coro “Su insieme” tenne un concerto di canti alpini.

Gustavo Pallicca

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